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The sound of silence

Birmania. Dopo il clamore delle immagini e i racconti concitati dei giorni scorsi, ora un silenzio assordante sta mietendo vittime. Il silenzio della repressione senza osservatori internazionali, senza cronaca e senza reporter.

Un’epurazione in pieno stile “regime”: deportazioni, gulag, arresti e morti, terrore. Non so cosa farà l’Onu, l’Ue o i singoli stati. So che nel nostro piccolo possiamo riempire questo silenzio, appoggiando una causa, con parole, pensieri, gesti. Non lasciando il silenzio vincere sui media o nelle nostre teste: ciò che non sentiamo non necessariamente non esiste.

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Myanmar

In Myanmar (che non si capisce per quale motivo i giornali continuino a chiamare Birmania) è scoccata l’ora del regime, della violenza e della forza brutale ed ingiusta contro chi ha osato protestare. Lo sapevamo anche se tutti, credo, abbiamo confidato in un prologo diverso. E’ venuta l’ora non solo dei monaci, ma anche dei giornalisti ovvero di quell’occhio scomodo capace di testimoniare la follia di una repressione cieca.

All’estero sdegno e parole di condanna. Ma qui, nessuno muoverà un dito. Cina e Russia hanno già fatto ricorso al loro potere in Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dimostrando ancora una volta come tale istituzione e i suoi meccanismi siano non più adatti ai tempi e da rifondare.

La cosa più triste è che oggi, anno 2007, al Mondo si debba assistere ancora a certe immagini. E’ tale il senso di ingiustizia che si percepisce che – se la storia non avesse dimostrato tragicamente il contrario in altre occasioni – ci si augurerebbe una rivoluzione vera e propria, a rimuovere militari e capo dello stato in un sol colpo riportando democrazia e giustizia.

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