Myanmar
In Myanmar (che non si capisce per quale motivo i giornali continuino a chiamare Birmania) è scoccata l’ora del regime, della violenza e della forza brutale ed ingiusta contro chi ha osato protestare. Lo sapevamo anche se tutti, credo, abbiamo confidato in un prologo diverso. E’ venuta l’ora non solo dei monaci, ma anche dei giornalisti ovvero di quell’occhio scomodo capace di testimoniare la follia di una repressione cieca.
All’estero sdegno e parole di condanna. Ma qui, nessuno muoverà un dito. Cina e Russia hanno già fatto ricorso al loro potere in Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dimostrando ancora una volta come tale istituzione e i suoi meccanismi siano non più adatti ai tempi e da rifondare.
La cosa più triste è che oggi, anno 2007, al Mondo si debba assistere ancora a certe immagini. E’ tale il senso di ingiustizia che si percepisce che – se la storia non avesse dimostrato tragicamente il contrario in altre occasioni – ci si augurerebbe una rivoluzione vera e propria, a rimuovere militari e capo dello stato in un sol colpo riportando democrazia e giustizia.

Il motivo per cui la chiamano – la chiamiamo Birmania – non è così pigro come alludi. la questione è stata molto discussa ancora in questi giorni, soprattutto nei giornali. Malgrado Myanmar sia il nome più antico del paese, la sua reintroduzione da parte della giunta militare è contestata dalle opposizioni in quanto imposta da una giunta ritenuta illegittima con tutti i suoi atti. Tra l’altro, ricordiamoci che stiamo parlando del nome inglese: quello birmano è sempre rimasto lo stesso. Alcuni giornali hanno aderito a questa dissociazione: per esempio Time, le Monde e Repubblica, lo hanno detto esplicitamente. Altri – il WSJ, mi ricordo – usano Myanmar. Ciao, Luca.