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K2

A fine luglio, molti team internazionali si sono incontrati sul K2 ed hanno tentato di raggiungerne la cima. E’ una cima difficile e anche stavolta si è confermata purtroppo insidiosa e mortale: oltre ad uno sherpa, è morto Stefano Zavka, alpinista italiano. Don Bowie, della spedizione americana, si è fratturato le gambe nella discesa ed è stato portato in salvo da altri alpinisti, tutti in fuga dalla bufera che si stava scatenando in vetta.

Zavka e Vielmo, sono arrivati in cima troppo tardi, nel pomeriggio, quando tutti gli scalatori stavano ormai rientrando al campo base. Una leggerezza pagata a caro prezzo, soprattutto con previsioni meteo che per certa davano un netto peggioramento delle condizioni climatiche. Oltre a questa imperdonabile leggerezza, la spedizione italiana pare averne accumulate altre.

Perché Zavka ad esempio era l’ultimo a scendere pur non avendo la radio, che era invece portata da Vielmo? E perché questo era passato avanti nel momento in cui sentiva peggiorare le proprie condizioni, senza passare la radio a Zavka? Soprattutto, possibile che nessuno se ne è preoccupato e che solo al campo base si siano accorti della sua mancanza? E perché la famiglia di Zavka ha avuto le prime notizie dalla spedizione americana, mentre quella italiana non rispondeva dal campo base?

Eppure, di tutte queste voci, nessuno si è domandato di più.

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Fiumicino, i bagagli persi e Mr. Lebowsky

Come dicevo nel post precedente, il 10 agosto sono ripartito dalla Namibia alla volta dell’Italia. Il volo dell’ottima Air Namibia ci portava nottetempo fino a Francoforte, dove un volo Alitalia ci attendeva per rientrare Roma. Peccato che il tempo per la coincidenza fosse così esiguo da obbligarci ad una corsa tra i vari terminal dell’aeroporto di Francoforte, chiedendo con un certo imbarazzo a chi era già in fila ai varchi di sicurezza di poter passare avanti (immaginate i tedeschi in fila, quanto possono essere stati elastici…).

Comunque, ce la facciamo e a imbarco già iniziato arriviamo al gate. Una hostess di terra Alitalia ci chiede se avevamo armi nei bagagli. Rido e le spiego che no, non ce n’era nemmeno traccia. Ci spiega che la domanda era solo per evitare problemi nei controlli dei bagagli, col rischio che questi non potessero essere imbarcati per tempo. Bene, si parte, del tutto ignari dei problemi che lo scalo di Fiumicino aveva avuti nei giorni precedenti.

Atterrati, ci dirigiamo verso il molo 9, dove i nostri bagagli sarebbero dovuti arrivare. Abituati ai quasi 30-40 minuti di media che impiegano nelle consegne a Fiumicino, uno scandalo da anni che non vede fine, resto paziente e fiducioso nonostante le migliaia di bagagli accatastati in ogni dove, alla portata di qualunque persona avesse voluto impossessarsene. Scioccato ma fiducioso, dunque. Dopo 1 ora e 15, capisco che è inutile attendere oltre e mi reco al banco reclami, dove sporgo denuncia.

Compilo la denuncia, do i particolari e mi viene consegnata una pratica con tanto di numero da citare al call center nel momento in cui avessi chiesto lumi sul destino dei miei bagagli. Mi dicono che ci sono comunque problemi con le etichette stampate a Windhoek, perché il numero di collo era parziale ed illeggibile. Comprendo, ma faccio presente che sotto c’è un bel codice a barre e che loro hanno dei lettori a pistola con cui verificare il numero; ci provano, demordono subito dicendo che lo strumento non era funzionante. Sconsolato accetto il consiglio di provare a telefonare dopo pranzo, quando un successivo volo da Francoforte sarebbe atterrato.

Chiamo, attendo 20 minuti e finalmente una voce mi dice che non c’erano messaggi relativi alla mia pratica e che non avevano idea di dove fossero le mie valigie. Esterrefatto, decido di andare in aeroporto. Passo il varco della dogana ed arrivo al magazzino, dove persone cortesi ma assolutamente svogliate e con una flemma non giustificabile a fronte dell’arretrato da smaltire consistente in quasi 5mila colli (!), mi dicono di cercare tra tutti i bagagli dentro e fuori il magazzino, di passare tranquillamente ogni divieto di accesso e di cavarmela da solo.

Accetto la sfida, improba, e trovo con una certa fortuna il primo collo. Faccio presente la cosa e mi dicono di prenderlo, tranquillamente. Nel frattempo, noto alcune valigie aperte ed altre che vengono man mano sigillate. A terra, accanto al molo 9, una custodia per il trasporto di fucili, lì, in bella vista e pronta ad essere presa dal primo pazzo di transito. Sono ormai decisamente schifato. Però vado al banco reclami, dove non sanno assolutamente nulla degli altri due colli.

Ad un punto, un colpo di genio: gli dico che forse i codici bagaglio inseriti erano fittizi, perché la mattina mi avevano detto che non riuscivano a leggere i numeri. Non leggendoli, non avevano messo una nota in bell’evidenza, ma si erano inventati dei numeri forse a caso, col risultato che nessuno rintracciava più nulla… Insisto e propongo di leggere il codice sull’unico bagaglio rintracciato e di desumere gli altri due poiché in sequenza diretta. Bingo: sono su un volo Lufthansa che atterra dieci minuti dopo.

Attendo, li recupero e torno a casa. Sono ormai le 20, sono partito alle 19 del giorno prima, sono stanco, sfinito, sconvolto dal malfunzionamento dello scalo romano, dal pressapochismo delle persone, da quanta buona volontà ci devi mettere per risolvere in autonomia il tuo problema.

Bentornato in Italia.

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Vacanze

Da pessimo padrone di casa, mi sono dimenticato di scrivere che dal 28 luglio scorso all’11 agosto, questo blog sarebbe stato fermo, senza aggiornamenti né perle di saggezza (scherzo, chiaramente). D’altronde un pò di ferie me le sono meritate anche quest’anno. Nei prossimi giorni ho da raccontarvi un pò il viaggio in Namibia, un pò il folle rientro in Italia con bagagli dispersi… e poi, per fortuna, rintracciati dal sottoscritto (che se attendevo i potenti mezzi Alitalia).

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