Il Blog di Lebowsky

"Tiente largo, ma datte 'n limite" (cit. M. Paolini)


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La storia infinita

Ci risiamo. Dice Prodi che l’Alitalia è sull’orlo del baratro, che una crisi così non si era mai presentata, che è ad un passo dal fallimento. Io ho memoria corta ma ricordo almeno altri dieci episodi del genere, fino al rifinanziamento di qualche mese addietro, piuttosto consistente e non si sa come fatto digerire alla UE visto che era al limitare di un aiuto di Stato.

Nell’occasione, furono cambiati anche i vertici. Il nuovo ad, Giancarlo Cimoli, ex ad Trenitalia, evidentemente non è riuscito nel risanamento. Senza volergli dare tutte le colpe però direi che:

  • Cimoli con Trenitalia ha raggiunto qualche successo, ma chiedete a pendolari e viaggiatori del sud a quale prezzo e se i successi sono maggiori degli insuccessi (senza andare al sud, un amico ha viaggiato da Bologna a Roma su un Eurocity non più di un mese fa, su un treno sporco, in stato di conservazione pessima e con – piccola chicca – tutte le toilette mancanti del chiudi water in metallo che si apre solo in fase di scarico; tale mancanza ha fatto sì che il mio amico, per dirla con Oxford, pisciasse controvento…)
  • i sindacati continuano a voler preservare condizioni impreservabili, ovvero a pensare che le centinaia di persone messe in Alitalia per favoritismi vari nei periodi di vacche grasse (e quante erano!) ora non possano che conservare il loro posto di lavoro; al contempo, altre compagnie fanno concorrenza ad Alitalia con un decimo del personale
  • si continua a sorvolare sul fatto che occorra un management forte, se è il caso anche straniero (continuo a ripetere che AirFrance ce l’ha fatta) visto che di manager veri l’Italia ne ha pochi; una convinzione politica forte e che non ostacoli il management ma anzi concordi con i sindacati l’accettazione di un serio piano industriale; un sindacato capace di vedere oltre il proprio naso; un sistema Italia meno eccentrico rispetto alle logiche internazionali

Altrimenti, si venda la compagnia al miglior offerente e pace. Abbiamo venduto la siderurgia e la chimica, le grandi industrie, a volte anche il c…. Che sarà mai?


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Indulto, anyway

Da A Buon Diritto (articolo comunque apparso su L’Unità a firma Manconi-Boraschi):

Cominciamo a trarre i primi, provvisori bilanci. E parliamo d’indulto, il tanto vituperato provvedimento di clemenza, che ha sollevato l’indignazione di molti, ha dato corso a polemiche aspre, ha messo in luce interpretazioni opposte, eppur coesistenti nella medesima area politica, di cosa debba essere uno stato di diritto e la stessa concezione della pena.
Fatte salve le questioni di principio, tenuti a mente i riflessi che quello psicodramma legislativo ha avuto sull’opinione pubblica, bisognerà cominciare, con buona volontà e senza pregiudizi, ad analizzarne gli effetti concreti. Le carceri sono infine agibili (seppure non ancora vivibili) come mai lo sono state dal lontano 1991 (all’indomani dell’indulto del ’90): al 31 agosto 2006, sono 21.411 (di cui 1.044 donne) le persone che hanno riacquistato la libertà grazie all’indulto. Al 30 giugno scorso i detenuti presenti erano 61.246; oggi sono 38.847.
Per alcuni questi dati suoneranno confortanti; per altri costituiscono fonte di allarme. Ma questo è il primo effetto che si intendeva produrre, dichiarato e apertamente perseguito: ovvero ripristinare condizioni strutturali di detenzione, compatibili con le nostre leggi e i nostri regolamenti penitenziari; e riaffermare la legalità negli istituti di pena. Lo stato non può recludere 62.000 suoi cittadini (tra cui molti in attesa di giudizio, dunque presunti innocenti) in spazi nominalmente destinati a 40.000.
Ci sono altri effetti determinatisi all’indomani di quel provvedimento e per sua conseguenza? Verrebbe da rispondere di no, ché l’indulto è stato approvato solo e solamente per le finalità appena ricordate. È così: e, tuttavia, non ci si vuole sottrarre a ulteriori considerazioni. La prima. Si è scritto con preoccupazione che, di quei 21milla restituiti alla libertà, alla fine di agosto erano tornati in cella «già» 340. Come «già»? Le persone nuovamente arrestate perché accusate di aver commesso un reato dopo la scarcerazione, costituiscono circa l’1,6% di coloro che hanno beneficiato del provvedimento di clemenza. Sono molti? Sono comunque troppi: ma tutti gli studi sulla recidiva ci dicono che negli anni successivi alla liberazione commette nuovi reati il 75% degli scarcerati (e, sia detto per inciso, appena il 15% di coloro che hanno goduto di misure alternative alla detenzione). Dunque, fatta salva la presunzione d’innocenza fino a condanna definitiva, siamo ancora incomparabilmente lontani dai livelli fisiologici di recidiva.
Ma andiamo avanti e arriviamo al 18 settembre. A quella data, i reingressi in carcere di chi ha beneficiato dell’indulto hanno raggiunto quota 609. Di questi, 271 sono stranieri; a 118 tra loro è stato contestato esclusivamente il reato di inottemperanza all’obbligo di allontanamento dal territorio dello Stato. Un mero illecito amministrativo: quei «recidivi» non hanno rubato, aggredito alcuno, commesso delitti che possano suscitare allarme sociale. Se sottraiamo a quel totale di 609 i 118 stranieri sprovvisti di permesso (giacché la legge sull’immigrazione andrà riscritta quanto prima), avremmo, tra i beneficiari dell’atto di clemenza, un tasso di recidiva dell’1,8%. Ed ecco il dato più significativo. Dal 1 agosto al 1 settembre 2006 sono entrate in carcere 6.337 persone, fra le quali quelle beneficiarie dell’indulto, mentre nello stesso periodo del 2005 erano state 6.923. Si tratta, in tutta evidenza, di dati provvisori, riferiti al primo periodo di applicazione della legge, destinati prevedibilmente a modificarsi in senso negativo.
Tuttavia, le proiezioni che è possibile fare consentono di prevedere che, molto probabilmente, si resterà al di sotto degli ordinari livelli di recidiva, tradizionalmente registrati in assenza di provvedimenti di clemenza. E ciò grazie anche (o soprattutto) a quella norma del provvedimento, che prevede la revoca dell’indulto per chi commetta nuovi reati nei successivi cinque anni. Ci sono poi altri dati, ancora parziali, sull’andamento della criminalità nelle grandi città italiane, dei quali anticipiamo brevemente il senso. Confrontando l’andamento della criminalità nella aree metropolitane, nei mesi di luglio e agosto del 2006, con i dati relativi allo stesso periodo del 2005, si registra un trend sostanzialmente stabile. E una certa tendenza alla riduzione dei reati diffusi, così detti di microcriminalità, per i quali, più di ogni altra fattispecie, si temeva un aumento considerevole a seguito delle scarcerazioni per indulto. Cifre parziali, anche queste – lo ripetiamo – e riferite a un arco temporale limitato. Pure utili per un primo – provvisorio, provvisorissimo – bilancio. Certamente degno della massima considerazione e meritevole di essere affrontato con strategie radicali: ma da non piegare a polemiche piccine. E crudelmente strumentali: per Caino come per Abele.