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Venti di pacs…

In altre occasioni mi ero espresso. Le reazioni scomposte di questi giorni alle dichiarazioni di Prodi sui Pacs, mi portano a ribadire alcuni pensieri (mediamente inutili e del tutto non originali). E’ buffo quanto la nostra società ed a seguire i nostri politici si avvitino su questioni che il buon senso potrebbe risolvere rapidamente.

Non comprendo quale scandalo ci sia a proporre anche in Italia i Pacs per le coppie di fatto. Le coppie è corretto che scelgano se sposarsi in Chiesa, in Comune o di non sposarsi. E’ altrettanto giusto che sia loro riconosciuto pari trattamento e pari diritti, a prescindere da come intendono, se intendono, ufficializzare il loro stato. Nessuno dovrebbe permettersi di giudicare una scelta così privata.

Evidentemente una presenza assai poco occulta pervade la nostra società. L’emorragia di fedeli da tempo ha spinto la Chiesa ad una difesa strenua (e cieca) delle proprie posizioni. Posizioni che immediatamente si riflettono come per magia nel dibattito politico, più di quanto – secondo me – trovino spazio nella società. La paura di perdere voti e l’idea del centro come ago della bilancia evidentemente comportano ipocrisie e posizioni di comodo.

E’ così che la pillola RU486, da anni utilizzata in Francia, solo ora e con infinite polemiche arriva in Italia per la sperimentazione. D’altronde, perché evitare un intervento chirurgico ad una donna che decide di interrompere la gravidanza? Che soffra, paiono suggerire i contestatori… Ma torniamo a noi: l’apertura di Prodi ai Pacs, alle unioni civili ed alla parità di diritti per le coppie di fatto, ha scatenato prima l’Osservatore Romano e poi tutti i discepoli. Sono anzi sorpreso che nell’Unione si sia levata solo la voce di Mastella. E’ andata bene, direi!

A destra è però un fiorire di inutili pronunciamenti. Inutili. Falsi. Ipocriti. Inutile quasi passarli in rassegna. Tranne uno: ma ormai Gianfranco Fini ci ha abituato a dichiarazioni improntate al buon senso e – ammettiamolo – ci spiazza. "Non si può equiparare la famiglia intesa come unione tra un uomo e una donna basata sul matrimonio alle cosiddette unioni di fatto, ma è giusto rimuovere eventuali discriminazioni che negano i diritti individuali e personali dei cittadini che danno vita ad una unione di fatto". Che dire d’altro? Problema centrato. Ora lo andasse a dire alla sua eletta schiera…

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Non è bello ciò che è bello…

… ma che bello che bello che bello! Questo mondo è fantastico. Una sorpresa dietro l’altra. Non ci si annoia mai.

L’equipaggio di due elicotteri della marina americana sono stati richiamati e puniti (finanche trasferendo una persona al canile militare) per aver sì disatteso gli ordini, ma per salvare 110 persone a New Orleans. Ah, che bello! L’ennesimo insegnamento americano del farsi gli affari propri…

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Ma vaff… 2

Possedere una moto o un motorino oggi è molto pericoloso. Non solo perché rischi la vita ogni giorno grazie a signore imbrilloccate che guidano con il telefono (quasi…), furgoni che improvvisamente invertono la marcia fottendosene della segnaletica orizzontale e di te, povero cristo, che arrivi spedito… No. Oggi rischi ancora di più perché basta una minima infrazione perché la tua moto non sia più tua.

Siamo passati dalle multe e dai sequestri amministrativi di 30 giorni ai sequestri a vita: perdi la proprietà del mezzo, tout court. Per cosa? Ad esempio se porti un oggetto che viene giudicato non saldamente ancorato al mezzo. O se risulta che hai una mano impegnata in altre faccende. La lista è lunga e la trovate QUI (è un Pdf).

Sono assurde la discrezionalità lasciata nell’applicazione della legge, per cui anche pulire la visiera con una mano potrebbe essere sufficiente a perdere la proprietà del mezzo; la disparità di trattamento tra motociclisti e automibilisti, visto che la confisca definitiva del mezzo non è prevista per i secondi; la follia del principio, la negazione dei diritti sulla proprietà anche per reati minimi; l’impatto sociale, per cui chi ha i soldi ricompra il mezzo e chi non li ha… andrà per sempre a piedi.

Intanto firmate la petizione, please.

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Ma vaff… 1

Personalmente non amo gli stabilimenti balneari. Per me il mare e la spiaggia sono idealmente libertà e natura e dunque liberamente debbono esser fruiti, vissuti. La nostra legge dice chiaro e tondo che anche in presenza di uno stabilimento (e dunque di una spiaggia data in concessione) le persone possono transitare per esso per raggiungere la riva e il mare e, volendo, sostare entro cinque metri dal mare, liberamente.

Dice la legge, perché poi immancabilmente molti gestori non ti consentono l’ingresso o il transito e finisci per rinunciare alla discussione dopo lunghe litigate. Mi è anche capitato qualche anno fa, a Sperlonga, di trovare ridicole "strisce" di spiaggia libera disposte tra uno stabilimento (infinito) e l’altro ed in assenza di spazio, di piazzarmi sulla battigia. Venni richiamato dall’assistente bagnanti che mi fece notare come io non potessi stendere il mio asciugamano lì. Risposi citando la legge e lui, per contro, mi fece leggere un avviso esposto sotto la sua postazione: fino a cinque metri dal mare non era possibile stare perché spiaggia in concessione; tra i 5 e gli 0 metri, nemmeno! Per ragioni di sicurezza… Insomma, fatta la legge trovato l’inganno.

Ma ad un paio di palermitani è andata assai peggio: multa di 1033 euro cadauno per aver posato le terga (e l’asciugamano) sul bagnasciuga. Fosse mai che qalche gestore sia d’accordo con chi deve far rispettare la legge?

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Tre metri sotto il cielo, per terra

Aerei che si schiantano (ed io ne prendo molti), funicolari che precipitano nel vuoto, barbarie e violenze inaudite a New Orleans, incendi che si susseguono a Parigi, la faccia di Fazio che continua ad esser bronzea, un Berlusconi che si dà 10 e lode… ce ne sarebbero di cose di cui parlare.

Solo un articolo però oggi mi ha spinto a farlo. Lo riproduco integralmente dal sito A buon diritto. Una storia come molte altre, che lascia – come le altre – una sensazione di ingiustizia, rabbia, sconcerto. Ma appunto è una storia come tante, nella nostra bella Italia (e nel nostro bel Mondo).

La “scena del crimine” è questa: un ragazzone di 28 anni, alto un metro e ottantacinque, pesante oltre cento chili, che giace al suolo gravemente ferito, in un cortile, accanto a un muro alto quattro metri. Ha perso conoscenza, è sporco di sangue e sta per esalare il suo ultimo respiro. Ma perchè si trova lì? E perché versa in quelle condizioni?

Come nel più dozzinale dei gialli, si parte dalle risposte più elementari e dagli indizi più evidenti. Quel ragazzone, Francesco Romeo, è un detenuto; e se è riuscito a raggiungere quel cortile vuol dire che è evaso dalla sua cella; e se adesso giace al suolo in fin di vita è perché davanti a lui c’è un muro: bisogna scavalcarlo, quel muro, se si vuole andare via. Dunque, Romeo deve aver perso l’equilibrio, dev’essere rovinato a terra, con quel suo corpo pesante e impacciato, e ora giace lì. Morirà qualche giorno dopo, in un ospedale, senza riprendere più conoscenza. Ma anche nel più dozzinale dei gialli, la facilità delle prime risposte e l’evidenza suggerita dal contesto e dalla circostanze possono rivelarsi ingannevoli. E non c’è bisogno di Hercule Poirot o di Jane Marple, di Lincoln Rhyme o di Harry Bosch per svelare la fallacia delle ricostruzioni di comodo. Basta una semplice perizia medico legale.

Nessun detenuto che cada da un muro di cinta riesce a massacrarsi i testicoli nell’impatto col suolo
e a procurarsi traumi tanto estesi su tutto il corpo; nessuna caduta può causare le lesioni craniche (“da corpo contundente”) e le lesioni cervicali, per cui Romeo è morto. Lividi ed ecchimosi ovunque, ematomi e lesioni varie allo scroto e al coccige, le braccia spezzate (forse mentre “si proteggeva il volto”): la perizia medico legale ipotizza che quel giovane è stato oggetto di violenze a opera di cinque o sei persone e per un periodo non breve.

E perché ora si trova in quel cortile, anziché nella sua cella? Semplice: perché chi l’ha colpito, l’ha trasportato fin lì. E ha inscenato la rappresentazione della sua evasione. Ma chi, in un carcere, può aprirsi la strada per l’uscita, superando quattro cancelli, per trascinare quel corpo fino a quel cortile? Qualcuno che ha le chiavi, si direbbe; qualcuno che può muoversi liberamente all’interno e che può agire in gruppo contro un individuo isolato e che può allestire quella falsa scena del delitto. Dalle 9 alle 10 del 29 settembre 1997, nel carcere di Reggio Calabria, nessuno si accorge di nulla. Non viene azionato alcun allarme, le 19 telecamere sono spente e chi dovrebbe essere di guardia è “al bagno”, “al bar” (che, però, aprirà un’ora più tardi) o si è spostato per cambiare servizio per “asseriti ordini superiori”. E, quella stessa mattina, cinque uomini vengono trasferiti dai loro posti di sorveglianza per sostituire un solo agente in malattia, mentre le mansioni vengono modificate in corso d’opera, alle 9, quando la conferenza di servizio si era tenuta appena un’ora prima. Non solo: al quarto cancello e sulla garitta è di guardia un solo agente, e chi è preposto a sorvegliare i monitor della sala regia nulla vede e nulla sente. Strano, non trovate?

Se oggi parliamo di una storia tanto lontana nel tempo è perché “stranezze” del genere, nella carceri italiane, si ripetono periodicamente e perché la vicenda processuale, cominciata allora, ha trovato soluzione. Una soluzione assai meschina. Ce ne offre un’attenta ricostruzione l’avvocato dei familiari di Romeo, Ugo Giannangeli.

Nel 2003 furono condannati Giuliano Cardamone, comandante della polizia penitanziaria, e Sebastiano Morabito, agente: il primo per “agevolazione colposa” nell’omicidio di Romeo (la sentenza riconosceva, cioè, che l’imputato non era al corrente di quanto accadeva, ma organizzava il servizio in maniera tale da aiutare, inconsapevolmente, gli autori dell’omicidio); il secondo per false dichiarazioni (era imputato di favoreggiamento). Condanne lievi, che pure accertarono, sin da allora, che si era trattato di omicidio. Ma se questi sono stati gli “agevolatori”, dove sono gli autori materiali del delitto?

Il pubblico ministero aveva iscritto nel registro degli indagati 21 persone, che – contro ogni logica e procedura – vennero ascoltate, il giorno seguente alla loro iscrizione (nel settembre del ‘97), come “persone informate dei fatti”: e rilasciarono una serie di dichiarazioni ampiamente lacunose e contraddittorie. Ognuno cercava di salvare se stesso, scaricando la responsabilità sugli altri, mentendo, tacendo, fornendo versioni grottesche e inverosimili. Quelle testimonianze, tuttavia, non potranno mai essere impiegate nel processo per un vizio di forma macroscopico. Gli imputati saranno ascoltati come tali solo nel 1999 e tutti, tranne uno, si avvarranno della facoltà di non rispondere.

Il 5 luglio scorso, la Corte d’Appello di Messina ha chiuso definitivamente il caso, assolvendo anche Cardamone. Dunque, in relazione a quella vicenda, resta una sola condanna definitiva: quella di Morabito, riconosciuto colpevole di aver mentito al pubblico ministero. Quello stesso pm, che aveva promesso la riapertura delle indagini, nulla ha fatto; la Procura generale, sollecitata ad intervenire con una formale istanza di avocazione delle indagini, non ha mai proceduto. I compagni di cella di Romeo mai sono stati ascoltati. Questo è quanto. È stato accertato, inequivocabilmente, un delitto: che, per dinamica e prove acquisite, può essere stato commesso solo dal personale in servizio in quel carcere. Come in ogni giallo dozzinale che si rispetti, vorremmo che – almeno nell’ultima pagina, o in una nuova edizione integrale – venisse fuori il nome dell’assassino.

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