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Ruben Paz e le trote

Per adesso leggo e mi diverto. Presto o tardi simili mail potrebbero anche arrivare al sottoscritto.

Il pannolino può essere cambiato per tre ragioni:
a) perché lo dice la mamma
b) perché lo dice la suocera
c) perché il bimbo ha cagato

(…)

Il pannolino si cambia, rigorosamente, sul fasciatoio.
Il fasciatoio é un mobile che quando lo vedi a casa tua, capisci che un sacco di cose sono finite per sempre, tra le quali la giovinezza. Comunque é studiato bene: ha dei cassettini cari e un piano su cui appoggiare il bambino. Far star fermo il bambino su quel piano é come far stare una trota in bilico sul bordo del lavandino. E’ fondamentale non distrarsi mai.
Il neonato medio non é in grado di girarsi sul fianco, ma é perfettamente in grado, appena ti voliti, di buttarsi giù dal fasciatoio facendoti il gesto dell’ombrello: pare che si allenino durante i nove mesi che passano sott’acqua.
(continua)

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Carceri

Come ogni anno d’estate scoppia di nuovo il caso carceri. Aggiungo per fortuna. La situazione carceraria in Italia, checché ne dica il Guardasigilli Castelli, è drammatica e non solo per il sovraffollamento, dunque ogni occasione di renderla pubblica è importante.

Oggi un paio di notizie che mi giungono con la newsletter di Ristretti Orizzonti e che giudico importanti. La prima riporta alcune interviste e alcuni comunicati stampa di Luigi Manconi, che con l’associazione per le libertà A Buon Diritto persegue importanti obiettivi sociali ed è oggi anche Garante del Comune di Roma per i diritti e le opportunità delle persone private di libertà. Secondo Luigi rispetto ai parametri europei che definiscono lo spazio fisico calpestabile di cui ha diritto ogni detenuto in cella, l’Italia ha sottratto un metro quadro. In questo modo cambiano i parametri di misurazione dell’affollamento delle carceri e dunque la situazione può essere dipinta meno nera di quanto in realtà non sia. Come dire: l’aria è inquinata, dunque alziamo per legge i parametri di misurazione e avremo un’aria limpida… su carta però!

Così, continuano in tutta Italia le proteste dei detenuti, a Roma dove sono sfociate nella rivolta, come a Perugia. Qui finalmente a fine anno i detenuti dovrebbero essere trasferiti in una nuova struttura, risultando quella di Piazza Partigiani, vetusta, fatiscente e sovraffollata; intanto però, per richiamare l’attenzione di politici e cittadini, i detenuti hanno protestato con il rifiuto a consumare la prima colazione e la “battituta” per un’ora sulle sbarre delle finestre (il carcere è in pieno centro).

I rapporti sui suicidi e sugli atti di autolesionismo in carcere, le statistiche sull’assistenza sanitaria, la sordità delle istituzioni e di molte persone comuni, “bravi” cittadini, danno il quadro di una situazione gravissima e destinata a rimanere tale, nonostante l’impegno di tante persone e volontari. Alla faccia del concetto di reinserimento e rieducazione: qui si butta la chiave e basta.

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L’importanza della laicità di uno Stato

Da un articolo di Ben Jelloun apparso oggi su La Repubblica:

Tutto ha avuto inizio in una città del nord della Francia un giorno del 1989, quando due ragazze marocchine si presentarono a scuola, nel loro liceo, con un foulard in testa. (…)
Una dozzina di anni dopo, indossare il velo diventa una questione politica che scatena accese discussioni. Non si tratta più di un caso isolato: il velo è diventato un simbolo ideologico e politico di resistenza contro la cultura occidentale. (…)

Ma se non fosse altro che un gesto di affermazione personale non vi sarebbero problemi e, soprattutto, non ci sarebbe stata una legge approvata dal Parlamento nel gennaio scorso. Sarebbe un loro diritto assoluto vestirsi come desiderano. Indossare il velo, però, significa una cosa ben precisa: rifiutare la laicità, rifiutare la scuola pubblica (…)

Queste giovani così fedeli all’Islam sono spesso manipolate dai padri, dai fratelli, dal cugino o dal marito. Sono rare coloro che decidono da sé di portare il velo, molto più spesso obbediscono invece a pressioni famigliari o tribali (…)

La Francia (…) è un paese laico (…). Questa laicità è preziosa: è la base stessa del riconoscimento dell’individuo, la base del sistema democratico. Una legge in proposito è stata promulgata e approvata proprio perché il velo è stato considerato una minaccia contro la laicità (…)

Perché questo è il nocciolo del problema: alcuni immigrati vorrebbero che le loro donne, le loro figlie e le loro sorelle vivessero nelle medesime condizioni dei loro concittadini rimasti in patria, rifiutano i diritti di cui godono le donne occidentali e non accettano che le loro donne ne possano trarre giovamento. Questo equivale a dire che hanno paura della libertà della donna e per mascherare questa paura si rifugiano nell’Islam.
Il resto qui.

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Un oro particolare

Bellissimo oro ieri sera nella maratona di un italiano. Ancor più bella perché il nome del vincitore è Baldini, e suona tanto vicino a Baldoni.

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Se questo è un uomo

Prendo a prestito il titolo del bellissimo libro di Primo Levi sull’olocausto per introdurre queste due righe di commiato a Baldoni, il free lance, il giornalista, il pubblicitario, meglio ancora l’uomo, ucciso dall’odio e dalla follia imperante in Iraq. Rimane l’amaro in bocca per questa persona che mi ispirava simpatia, per quest’ennesima barbarie consumatasi in Iraq, per l’ennesima gola tagliata, questa volta dopo una colluttazione ed uno sparo, a quanto sembra. Un gesto di odio, la decapitazione; un odio che trascende ogni limite, inumano, barbaro, fatto di sofferenza per chi subisce l’atto e per chi lo vede in uno dei mille filmati che girano in Rete. Un gesto che non potrei mai compiere, nei confronti di nessuno. Una sofferenza moltiplicata dalle mille morti irachene che pesano meno di una vita “nostra”; dalle mille dichiarazioni politiche alcune delle quali fuori tempo, fuori tema, fuori luogo (ne siano un esempio per tutte quelle di Cento o di Calderoli); dai mille giornalisti, colleghi?, che presidiano le case dei familiari, degli amici, di chi avrebbe il diritto di piangere in privato i propri morti, per sentirsi magari raccontare in lacrime l’ovvia sofferenza; dalla contemporaneità delle Olimpiadi, che altro spirito meriterebbero di avere attorno, non morte, non guerra, non follia. Ciao Enzo.

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Un, due, tre…

Si ricomincia, ci siamo. Finite le vacanze, le prime telefonate di lavoro raggiungono il cellulare: cercano di capire se sei di nuovo all’opera o se invece la tua pancia è ancora esposta ai raggi del sole. Il rumore del mare è ancora vicino, ma tra pochi giorni inizierà il lunedì più lungo dell’anno: settembre. E questo settembre si prospetta lungo, intenso, difficile. Allora prepariamoci, un passo alla volta, per affrontarlo. Riapriamo prima il blog, poi l’ufficio. Ben ritrovati.

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